Ha già vinto Giovanni Panzana!
febbraio 04, 2026
SGF – UCCISO IL COMMERCIO!
ROSY BINDI: “Il governo non dà ordini alla magistratura"!
“Il governo non dà ordini alla magistratura e forse bisognerebbe ricordare alla presidente del Consiglio che in questo paese vige ancora l’obbligatorietà dell’azione penale".
LINK:
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/03/bindi-meloni-magistratura-referendum-giustizia-azione-penale-torino-askatasuna/8278382/
Bindi contro Meloni: “Il governo non dà ordini alla magistratura, esiste l’obbligatorietà dell’azione penale”
Bindi contro Meloni: “Il governo non dà ordin
febbraio 02, 2026
GF – TRALICCI, NEVE E ALTA TENSIONE
Lasciare intendere che un assessore comunale possa risolvere i problemi dell’energia elettrica di un territorio, durante una nevicata, ha il sapore di una vera e propria presa in giro nei confronti della cittadinanza!
Fortunatamente i cittadini non sono tutti boccaloni!
Pertanto chiariamo la cosa:
il principale responsabile della gestione, manutenzione e sviluppo dei tralicci dell'alta e altissima tensione in Italia è Terna S.p.A.. Terna gestisce la Rete di Trasmissione Nazionale (RTN), che comprende oltre 75.000 km di linee elettriche. Per la bassa e media tensione, la responsabilità è invece principalmente di Enel-distribuzione.
Terna S.p.A. (Rete di Trasmissione Nazionale):
responsabile dei grandi tralicci ad alta tensione (oltre il 90% della rete).
Enel-distribuzione:
responsabile dei pali e tralicci di distribuzione locale (bassa/media tensione).
Manutenzione:
Terna effettua la manutenzione e la sicurezza, inclusa la gestione della vegetazione vicina alle linee.
Regolazione:
l'Autorità di Regolazione per Energia, Reti e Ambiente (ARERA) controlla e regola il settore.
Terna Rete Italia, una società del gruppo Terna, gestisce direttamente i tralicci e le linee elettriche.
SGF IN PIAZZA
gennaio 31, 2026
SGF – Toponomastica e studenti. 😄😄😄
gennaio 30, 2026
MUSICA - Tony Dallara
Tony Dallara, pseudonimo di Antonio Lardera (Campobasso, 30 giugno 1936 – Milano, 16 gennaio 2026), è stato un cantante e personaggio televisivo italiano.
Di Massimo
Fini
Negli ultimi tempi Tony Dallara veniva spesso a trovarmi a casa mia. Mi era grato perché avevo sostenuto più volte, anche su questo giornale, che era stato lui a mettere in soffitta la canzone melodica italiana, le Nilla Pizzi e i Claudio Villa e non Domenico Modugno. Modugno resta un melodico, “Vecchio frak”, “Strada ‘nfosa” e la stessa “Volare” anche chiamata “Nel blu dipinto di blu” che è la più brutta canzone italiana di tutti i tempi insieme alle “Mille bolle blu” di Mina.
Dallara aveva preso il ‘singhiozzo’ (“co-ome prima”) dai Platters (“o-only you”) e da Paul Anka (“Cra-azy love”). Aveva accentuato il ‘terzinato’ ma di veramente suo aveva messo l’urlo, infatti è ricordato anche come “il re degli urlatori”. Una volta in taxi avevo scommesso 50 euro con un tassista – a me piace fare scommesse su tutto, in questo son inglese - se sapeva chi aveva cambiato, anzi scaravoltato, la canzone melodica italiana. Il tassista ci pensò un po’, poi disse: “Ah, gli urlatori, Tony Dallara”. Ovviamente onorai la scommessa e scucii i 50 euri.
Dopo aver fatto vari mestieri, il barista, l’impiegato, Dallara conosce una prima, anche se limitata, popolarità cantando al Santa Tecla con I Campioni, un locale quasi attaccato all’Università Statale di Milano. Il ‘cursus honorum’ dei cantanti, almeno a Milano, erano la Magolfa, una trattoria a Porta Ticinese dove si esibivano i menestrelli, Jannacci e Gaber per esempio anche se nessuno sapeva chi fossero e il Santa Tecla. Infine i migliori, fra cui appunto Jannacci e Gaber, approdavano al Derby (per il Derby passerà anche Gioele Dix, che però intraprenderà la carriera di attore e fine dicitore, ci si vada ad ascoltare la sua lettura di “Sessanta racconti” di Dino Buzzati: riesce a dare al testo una forza, nel parlato, che pur il grande Dino, nello scritto, non ha). A Roma invece il locale storico era il Piper, che sdoganerà Patty Pravo che di Mina ne vale tre e la più modesta Mita Medici.
Ma il grande successo per Dallara arrivò in un’estate, mi pare del 1960. Complice il jukebox. Mentre infatti prima era il gestore della discoteca o dei Bagni a scegliere le canzoni, cercando di indovinare i gusti dei ragazzi (il mitico Gaetanin dei bagni Umberto di Savona era abbastanza abile in questo, proponeva per esempio “Un treno per Yuma” di Frankie Lane che, sia pur successivamente sorpassato, si avvicinava alla canzone moderna) adesso, a scegliere, eravamo noi: con cento lire, infilate nel jukebox, potevamo mettere tre canzoni. E in quella mitica estate del 1960 noi ne mettevamo, ossessivamente, solo tre: “Only you” dei Platters, “Diana” di Paul Anka e appunto “Come prima” di Dallara. Un ruolo importante in questa vicenda canora, che non è solo tale, l’ha avuto Paul Anka. Canadese proponeva un basic english, perfettamente comprensibile per noi ragazzi che l’avevamo studiato male a scuola. “You are my destiny” chi non lo capisce? E non è certo un caso che molte ragazze nate in quel periodo si chiamino Diana, a cominciare da Diana Spencer.
La prima volta che Paul Anka venne a Milano, preceduto da una vendita di 20 milioni di dischi solo per il singolo “Diana” (era il più popolare di tutti, superiore anche ai mitici Platters) accadde una cosa che sbalordì noi ragazzi: eravamo al Lirico e vedemmo le nostre coetanee, che a scuola portavano ancora il grembiule nero, slacciarsi il reggiseno e gettarlo ai piedi di Paul, nonostante non fosse assolutamente un fico ma anzi piuttosto bruttino.
Allora il mondo non era così globalizzato e il rock non era così conosciuto (Elvis Presley, Little Richard non erano ancora arrivati in Italia). Tanto che Milva, nella sua bellissima canzone “Flamenco rock” dice “roack” invece di “rock”. E’ interessante quella canzone perché racconta anche dei profondi mutamenti avvenuti. Dice infatti il testo:”Mi piacerebbe tanto visitar la Spagna Terra di matador e di grandi toreri- Ormai anche laggiù nella caliente Spagna Non si ballano più passi doppi o boleri- Ora ballano il flamenco roack- Ora ballano il flamenco roack- Espagna, paradiso di sogni e di donne ardenti d'amore- Hai tradito anche tu le più belle canzoni del cuore- Per il frenetico ‘roack’… Espagna, anche tu hai un disco dei Platters in tutte le case”. Allora la Spagna e la lingua spagnola ci parevano lontanissime, nonostante in Spagna ci fosse stata una guerra civile durissima fra i franchisti e le brigate anarchiche arrivate da tutta l’Europa. Inutile quasi dire che noi italiani ci schierammo con i franchisti, cioè i fascisti e che le stesse brigate arrivate dalla Russia sovietica si diedero, contro ogni logica militare, a colpire gli anarchici (“Omaggio alla Catalogna” di George Orwell, 1938). Il rock allora, che già furoreggiava in America, c’era così distante che un quotidiano del pomeriggio italiano, La Notte, di destra, si chiedeva allarmato: ma arriverà anche da noi? Oggi quella Spagna che ci appariva allora lontanissima la si raggiunge in un’ora e mezza di aereo e pagando pochi euri. A rinverdire la lingua spagnola ci ha pensato Trump con l’aggressione al Venezuela.
Il mondo stava cambiando, i jeans, anche se noi non ce ne accorgevamo. Ghigo cantava “Coccinelle”, un famoso transessuale francese, e la cantava a modo suo (“Coccinella non far più la barboncella, non vestirti di a blu”).
La passione per Dallara in quei tempi era tale che anche quando si esibiva con un’altra star della musica, noi, dal fondo della sala, chiedevamo solo “Ti dirò” e “Come prima”. Accadde, ricordo, anche con Jane Russel, famosa attrice americana.
Probabilmente eravamo solo giovani, ingenuamente giovani, circondati da un mondo di altrettanti giovani.
La forza di “Come prima” è tale che ancora oggi molti quotidiani, quando vogliono segnalare che i nostri politici fanno le mascalzonate di sempre titolano: “Come prima, più di prima”.
Dallara non è stato fortunato, come cantante, come artista, ma non come uomo. All’epoca del suo massimo successo Dallara, in realtà Antonio Lardera, faceva il militare quando era ancora una cosa seria. Dovette quindi rinunciare a molti concerti. Anche di quattrini non deve averne fatti molti, perché i soldi non vanno agli interpreti ma agli autori. Oggi, “Come prima”, fa da sottofondo a molte pubblicità, ma a Dallara non arriva un soldo.
Quando mi veniva a trovare negli ultimi tempi mi faceva ascoltare delle cover dei suoi maggiori successi, “Ti dirò”, “Come prima”, “Brivido blu”, “Yulia”, che però non avevano lo stesso impatto perché la musica, come ogni altra cosa al mondo, va contestualizzata. Se io risento “Come prima” nella versione originale mi si rivela un tempo ormai perduto.
E la morte di Tony mi riporta a un tempo perduto per sempre, quello degli anni Sessanta, quello delle “notti blu”, quello della mia adolescenza e della mia giovinezza.
Il Fatto Quotidiano, 27.01.2026
POESIA: la perfezione de l’Infinito di Leopardi.
Così il Corriere della Sera con l’illustre filologa e accademica Paola Italia.
In effetti tutti noi, studenti, giovani e anziani, la rammemoriamo.
Testo e parafrasi:
QUELLA FRANA A NISCEMI, SIMBOLO DELL’ITALIA FRAGILE
Di Mario Tozzi
(Geologo, divulgatore scientifico, saggista, autore e conduttore televisivo italiano)
Non riesco quasi più a tollerare chi si domanda: «Ma cosa è successo in Sicilia?». Come non digerisco più chi si interroga sulle alluvioni improvvise dell’Ofanto o del Bacchiglione, sulle tempeste di vento, sulle frane in penisola sorrentina, sulle mareggiate in Liguria o lungo il litorale laziale. Per non dire delle Marche, dell’Emilia Romagna, della Toscana, del Trentino Alto Adige. Come ci fossimo improvvisamente dimenticati che quasi tutti i comuni d’Italia hanno almeno un pezzo del loro territorio ricompreso in aree di rischio idrogeologico e che frane e alluvioni sono eventi in crescita come numero e, soprattutto, intensità negli ultimi decenni. Per fortuna riusciamo a contenere meglio il numero delle vittime, ma in quanto a comprensione dei fenomeni e interventi sulle cause facciamo ancora troppo poco.
Vincendo l’intolleranza provo a ricordare che le cause appartengono tre diverse dinamiche concorrenti. La prima è che il territorio italiano è fatto così: siamo su una penisola geologicamente giovane e attiva, in cui i rischi naturali sono semplicemente molto più alti che in altri contesti. All’interno dei continenti, per esempio, il rischio vulcanico non esiste e non si registrano terremoti, mentre le alluvioni riguardano soprattutto i grandi fiumi e le frane sono praticamente assenti. Mentre le nostre regioni, soprattutto quelle meridionali, sono fatte così: uno “sfasciume pendulo” a picco sul mare, come le immortalava Giustino Fortunato.
La seconda è che su un territorio del genere, invece di camminare come sulle uova, noi italiani abbiamo devastato i sistemi naturali che assicuravano comunque una certa protezione e abbiamo costruito come dannati: un popolo di muratori, in certe regioni (come la Campania), in maggioranza abusivi. Qui da noi vengono bruciati, costruiti e cementificati due metri quadrati di suolo al secondo (dati ISPRA, in Sicilia anche di più), una bulimia costruttiva e infrastrutturale spesso dannosa e inutile. In Italia il rischio idrogeologico lo abbiamo creato noi costruendo dove non si doveva e allargando i centri abitati su fiumi, torrenti e montagne come se non ci fosse un domani. Senza pianificazione, senza attenzione, senza cura e coltivando ignoranza e malafede: tutti colpevoli, cittadini e amministratori che hanno accontentato figli, nipoti e amici degli amici dando luogo al fenomeno straordinario del condono edilizio, termine intraducibile nella maggior parte delle lingue europee. Da noi il colpevole è il sindaco che abbatte, non quello che consente ciò che non si dovrebbe consentire.
C’è, infine, una terza ragione, il minimo comune denominatore dei tempi che stanno rapidamente cambiando. Una volta si faceva riferimento agli Anni 20 del XX secolo per ipotizzare i periodi di ritorno di alluvioni e smottamenti, oggi dobbiamo prendere come riferimento la fine degli Anni 90 e scoprire con un brivido che di ricorrenze secolari c’è rimasto molto poco. Questo perché siamo nel pieno di una crisi climatica che ci addenta i polpacci e che mostra negli eventi meteorologici a carattere violento una delle sue facce più difficili da contrastare, scatenandosi su un territorio con le caratteristiche di cui sopra. Non è più questione di opere di contenimento, che sono diventate inutili, spesso dannose e talmente orribili da sconcertare: immaginate i fiumi d’Italia chiusi in grandi canaloni di cemento dalla sorgente al mare e avrete un’idea di cosa, forse, potrebbe funzionare.
Quando amministratori e cittadini avranno preso atto della situazione, forse si potrà sperare in azioni di adattamento sul territorio, fra cui l’allontanamento delle persone maggiormente a rischio diventa, ogni giorno che passa, azione non più procrastinabile, beninteso aiutandole con ogni mezzo possibile. Poi si dovrebbe finalmente capire che l’unica legge dello Stato che può avere un significato in questa direzione dovrebbe essere fatta di un solo articolo: «A fare data da oggi, in nessun luogo del Paese si potrà mettere in opera un solo mattone nuovo o un solo metro cubo di cemento», lasciando la sola ristrutturazione sostenibile del costruito esistente a fare da motore all’economia edile. A questo dovrebbe seguire un piano mirato, ma deciso di abbattimenti delle abitazioni abusive nelle aree di rischio, almeno a partire dalle seconde case. E l’assoluta impossibilità di concedere altri condoni edilizi mai più.
Cosa è accaduto in Sicilia? Quello che accade con regolarità impressionante nell’ultimo periodo in tutta Italia. E quello di cui sappiamo tutto, anche come fare perché non si ripeta.
FONTE - LA STAMPA, 27 Gennaio 2026
gennaio 29, 2026
FACEBOOK ci chiede: a cosa state pensando?
Ecco a cosa stavamo pensando:
SGF – OPERE PUBBLICHE: le tante incompiute!
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