Di Paolo Mieli
Corriere della Sera - 22 febbraio 2025
Tre anni di Guerra: le dichiarazioni forti e di Trump e Musk contro Zelensky rendono più difficile arrivare alla pace.
Ancora un altro piccolo passo e il 24 febbraio 2022 sarà ricordato nei libri di storia come il giorno in cui l’Ucraina invase la Russia e i carri armati mandati da Kiev si spinsero fino alle porte di Mosca. A questo punto potrebbe succedere. Senza alcun pudore, anzi con un incredibile capovolgimento di quel che realmente è accaduto, come ha giustamente osservato, su queste pagine, Carlo Verdelli. In riferimento, Verdelli, a quella prima incredibile affermazione di Donald Trump: «Zelensky non avrebbe mai dovuto iniziare questa guerra». Nei prossimi giorni il Presidente degli Stati Uniti potrebbe aggiungere che il 1° settembre del 1939 i polacchi aggredirono la Germania e che il 7 dicembre del 1941 gli americani affondarono la flotta giapponese.
Si è aggiunta poi, da parte di Trump (e di Elon Musk), una spudorata volontà di distruggere la figura di Zelensky. Con espressioni che lasciano allibiti. «Zelensky non ha in mano carte per poter negoziare». «Non serve che il presidente ucraino sieda al tavolo delle trattative». «Se fosse un leader amato indirebbe elezioni». «Non lo fa perché sa che perderebbe in maniera schiacciante nonostante abbia il controllo di tutti i media locali». «Il suo popolo lo disprezza». Lo si deve, perciò, «ignorare» ed è altresì doveroso «negoziare la pace indipendentemente dalla sua disgustosa e massiccia macchina per la corruzione che si nutre dei cadaveri dei suoi soldati».
Parole ad ogni evidenza incredibili e gravemente oltraggiose. Accompagnate oltretutto da complimenti perfino imbarazzanti nei confronti di Vladimir Putin. Oltreché da incongrui mercanteggiamenti sulle cosiddette «terre rare» insieme alla minaccia di sospensione del sistema Starlink. Incongrui perché, a rigor di logica, se Zelensky è un ripugnante usurpatore, a che titolo potrebbe ratificare un trattato per cedere agli Stati Uniti il possesso parziale o totale dei preziosi materiali custoditi nel sottosuolo ucraino?
È evidente che quelle offese non hanno lo scopo di ammorbidire il leader ucraino in vista di una trattativa di pace. Né di compiacere l’interlocutore russo. E neanche di gettare fango sulla precedente amministrazione della Casa Bianca. Esse sono indirizzate a tutti i leader europei che negli anni passati hanno sostenuto la causa del leader ucraino. E a misurarne l’eventuale grado di progressiva, anche parziale dissociazione dall’uomo di Kiev.
Sarà questo il test fondamentale delle prossime settimane. Dal momento che l’Europa — pur rimproverata anche su queste colonne di non aver fatto quel passo in più che sarebbe stato necessario per mettere gli ucraini in condizione di contrastare adeguatamente l’offensiva russa (o di averlo fatto con qualche tentennamento, incertezza, ritardo di troppo) — fin qui ha pur sempre dato prova di sostanziale unità. Nessun Paese — a parte l’Ungheria di Orbán e la Repubblica Slovacca di Fico — ha mostrato disponibilità a lasciare che i russi giungessero, sia pure tramite un «governo amico», fino ai confini della Polonia.
Se ne può trarre la conclusione che, qualora l’Europa resti quella che è adesso (pur con le manchevolezze di cui si è detto), gli insulti a Zelensky renderanno più difficili le trattative tra Trump e Putin. E meno vicina la pace di cui — a quel che lasciano trapelare i media russi — il leader del Cremlino annuncerà di qui a qualche giorno il raggiungimento.
Accecato da una visione rancorosa e mercantile della politica, il nuovo presidente degli Stati Uniti non ha compreso il valore simbolico che per gran parte del mondo occidentale — non solo l’Europa, perciò — ha avuto in questi tre anni la resistenza ucraina. Sarebbe del tutto improprio paragonarla al conflitto che insanguinò la penisola iberica tra il 1936 e il 1939. Sono cose diverse, con forze in campo diverse e diversissime per un’infinità di particolari. Ma la guerra civile spagnola (che tra l’altro si concluse con la sconfitta di chi si batteva dalla parte «giusta») ha in comune con quella ucraina, appunto, l’altissimo valore simbolico. Checché ne scrivano i simpatizzanti per la causa putiniana, la «vittoria» consisteva per Zelensky e per coloro che (come molti di noi) hanno creduto e ancora credono in lui nel respingere o contenere al massimo l’aggressione subita. Tutto qui. E la «sconfitta» — che ancora oggi non diamo affatto per scontata — è stata sempre tenuta nel conto di un esito possibile. Nella certezza, però, che, per il solo fatto di non essere fuggito al momento dell’invasione e di aver combattuto per una giusta causa, il suo nome è e resterà nelle coscienze del mondo a cui apparteniamo in una posizione più nobile di quella che spetterà a chi lo ha aggredito. O di chi lo ha cinicamente abbandonato al suo destino.
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