marzo 01, 2026

Le guerre e la legge spietata del più forte: la lezione di Tacito.


di Gianpiero Rosati (latinista e filologo classico italiano)

PUBLIO CORNELIO TACITO
Nella sua riflessione denuncia i meccanismi del potere tirannico e il servilismo delle élite, offrendo un modello critico che attraversa i secoli.

Quando François-René de Chateaubriand, il grande scrittore romantico nonché politico e diplomatico francese, nel 1807 lamenta che, sotto il potere di Napoleone, «nel silenzio dell’abiezione, non si sente che la catena dello schiavo e la voce del delatore, e tutto trema davanti al tiranno», aggiunge che in questa situazione «lo storico sembra incaricato della vendetta dei popoli. È invano che Nerone prospera, nell’impero è già nato Tacito». La trasparente allegoria indica insomma in Publio Cornelio Tacito il nemico più acuto e più intransigente del potere tirannico, quello di cui la Francia ha bisogno per liberarsi dal giogo di Napoleone. Il passo conferma la fama e il prestigio di Tacito come analista spietato delle tirannidi, che in età moderna dà luogo al fenomeno culturale noto come «tacitismo», cioè al ricorso alla sua opera (da Machiavelli a Guicciardini a Montesquieu fino ai rivoluzionari francesi) come modello esemplare di una riflessione lucida e disincantata sul potere e sui suoi meccanismi, che ne demistifica le doppiezze e le finzioni.

Come vivere sotto i tiranni?
Fin dalla sua prima opera storica, una biografia e insieme un elogio del suocero Agricola, Tacito pone un problema che sarà al centro della sua riflessione, cioè come «vivere sotto i tiranni». Convinto che il principato è ormai la forma politica necessaria per preservare lo stato dalle guerre civili e dal caos, Tacito indica una possibile via di mezzo tra i due atteggiamenti opposti ed estremi che egli vede attorno a sé e deplora, l’abrupta contumacia [rifiuto ostinato] da un lato, cioè un’opposizione teatrale quanto sterile, e dall’altro il deforme obsequium [piaggeria degradante ], il servilismo senza dignità, di cui gli esempi abbondavano specie negli ultimi anni dei Flavi. Tacito, che si pone il problema della selezione del princeps (dopo il doppio fallimento delle dinastie giulio-claudia e flavia, e il passaggio al principio di adozione), denuncia il culto vacuo e declamatorio dell’onestà personale, se a questa non si accompagna capacità intellettuale, competenza giuridica, abilità nella gestione della macchina militare, ormai uno strumento indispensabile per il controllo del potere. È la strada che Tacito stesso aveva percorso nella carriera amministrativa precocemente intrapresa come membro dell’élite senatoria, guadagnandosi rispetto e prestigio.

La legittimazione del principato, così come dell’imperialismo romano, ritenuto utile anche per le popolazioni sottomesse, cui garantirebbe pace e giustizia, non impedisce a Tacito di comprendere le loro ragioni, e ad esse dare voce per denunciare la dura realtà di conflitti il cui esito è unicamente regolato dalla legge del dominio e della violenza (tutti conoscono le parole con cui Calgàco, un capo dei Britanni, demistifica la doppiezza del linguaggio imperialistico che vorrebbe mascherare la brutalità dei rapporti di forza: «Servendosi di nomi falsi, il depredare trucidare rapinare lo chiamano imperium, e quando hanno fatto un deserto lo chiamano ‘pace’»). È una constatazione amara della legge spietata dei rapporti di forza come chiave di risoluzione dei conflitti, e che nella storiografia antica ha un precedente ben noto in Tucidide, nel suo discorso dei Meli e degli Ateniesi durante la guerra del Peloponneso.
«Servendosi di nomi falsi, il depredare trucidare rapinare lo chiamano imperium, e quando hanno fatto un deserto lo chiamano ‘pace’»

L’esempio più noto di confronto col diverso è quello affidato alla monografia etnografica Germania, in cui Tacito manifesta apprezzamento, e anzi aperta ammirazione, per l’integrità dei costumi e la fierezza morale di questa popolazione nemica, temuta e insieme esaltata anche come messa in guardia da un pericolo mortale per i Romani, che da quelle virtù si erano ormai allontanati. La Germania ha goduto di grande notorietà anche in età moderna, quando verrà letta in chiave nazionalistica (e perciò spesso denunciata per la sua pericolosità), fornendo argomenti alla costruzione della famigerata teoria della superiorità razziale delle popolazioni germaniche, e alla connessa mitologia nazista.

Ma il cuore della produzione storiografica di Tacito sono le due opere principali, che dovevano essere progettate in almeno 30 libri complessivi ma che a noi sono giunte molto lacunose (prima i libri delle Historiae sull’età flavia, e poi la narrazione a ritroso degli Annales, che coprono il periodo dalla morte di Augusto nel 14 d.C. agli anni di Nerone sul finire dei ’60). La scelta di procedere all’indietro nell’analisi storica delle due dinastie imperiali risponde alla volontà di Tacito di risalire alle origini del principato, che non mette in discussione come forma istituzionale ritenuta ormai necessaria, ma soprattutto della sua progressiva degenerazione in dispotismo, che egli identifica nell’involuzione tirannica del regno di Tiberio, il successore di Augusto. Tacito è convinto che con la fine delle due dinastie la stagione buia delle tirannidi, in cui prosperavano servilismo e adulazione, sia alle spalle; e ritiene, certo con un eccesso di ottimismo, che l’avvento di Nerva e Traiano, sotto cui scrive, sia tornata la libertà di pensiero e di parola (nunc demum redit animus [ora finalmente possiamo respirare], un’espressione in cui animus va inteso, etimologicamente, come ‘respiro’ ma insieme anche come ‘coraggio’), e si sia aperta una nuova «epoca di rara felicità, in cui è lecito pensare ciò che si vuole e dire ciò che si pensa (rara temporum felicitate ubi sentire quae velis et quae sentias dicere licet)».


Tacito dice di scrivere sine ira et studio [senza spirito di vendetta né di simpatia], cioè in maniera imparziale, senza animosità e deformazioni dovute al coinvolgimento personale, e di poter così raccontare oggettivamente le vicende che hanno sconvolto la vita di Roma e i travagliati passaggi di potere che hanno fatto ‘vacillare il mondo’. Ciò non significa che non lasci trasparire le sue convinzioni e il suo giudizio attraverso una serie di accorgimenti, come un’astuta disposizione del materiale narrativo, il ricorso ai discorsi diretti dei personaggi mirato a orientare anche la valutazione del lettore, la ripresa di rumores [chiacchiere] circolanti nelle stanze dei potenti e di dicerie popolari, o l’uso sapiente del lessico e della sintassi per riprodurre anche nella forma dell’espressione la psicologia dei personaggi, i loro pensieri segreti e inconfessabili.

Potere e depravazione
Analista lucido e disincantato del potere, e della depravazione morale che prospera alla sua ombra nel ceto politico e intellettuale (memorabili alcune sue formulazioni sullo spettacolo degradante fornito dal servilismo e dell’adulazione dilaganti: da libido adsentandi [bramosia di consenso], la smania di dire sempre di sì, la voluttà del conformismo, la gara ad allinearsi docilmente, a ruere in servitium [correre a servire], precipitarsi a farsi schiavi), Tacito si interroga su un problema cruciale, valido per il suo tempo ma anche per il nostro e per ogni età. Si chiede cioè quale spazio d’azione ci sia, in un regime privo di libertà politica, per chi voglia assolvere dignitosamente il proprio compito per il bene dello Stato, diciamo la strada percorribile per un’élite politica capace e che non vuole asservirsi: non certo la classe senatoria pavida ed esangue, per cui Tacito – che ne fa parte – nutre sfiducia e disprezzo, quanto piuttosto un ceto di funzionari capaci e orientati al bene dello stato.

Tacito si interroga su un problema cruciale: quale spazio d’azione ci sia, in un regime privo di libertà politica, per chi voglia assolvere dignitosamente il proprio compito per il bene dello Stato.
Lo stile
Tacito è il più grande storico latino, non solo per le categorie di analisi storiografica, ma anche come scrittore, per il suo stile. Uno stile notoriamente denso, ellittico, compresso (che talvolta dice con formulazioni lapidarie, e talvolta suggerisce o tace, con un silenzio più eloquente di tante parole); uno stile spesso oscuro, dalla sintassi disarticolata, con scarti e torsioni improvvise, come oscuri sono gli arcana imperii [i misteri del potere] (altra sua espressione diventata celebre), i segreti della corte imperiale, cioè della sede in cui si concentra il potere, e insieme dell’animo umano, specie quello dei tiranni, i cui ritratti a tinte fosche sono uno degli aspetti in cui la sua arte di narratore ci consegna le sue prove più memorabili. Ad esempio nel tratteggiare sotto una luce sinistra la torbida personalità di Tiberio, che viene descritta nel suo degenerare progressivo: dapprima egli si atteggia a sovrano virtuoso («chiuso e ipocrita nel simulare virtù, finché vissero Germanico e Druso») ma poi, via via che vengono meno le figure che costituivano un freno morale, e politico, alla deriva del suo perverso dispotismo, come la madre Livia e Seiano, il potente e ambizioso prefetto del pretorio, lascia emergere il suo vero carattere («fu di una crudeltà feroce, ma tenne segrete le sue depravazioni, finché predilesse Seiano e lo temette» e infine «quando si sbarazzò della paura e di ogni ritegno, poté mostrare liberamente la sua indole e si abbandonò a tutti i delitti e a tutte le perversioni»).

La peculiare attenzione che Tacito riserva al centro, al cuore del potere (gli imperatori, la corte imperiale, Roma e la sua classe dirigente, i grandi e antichi casati con i loro intrighi famigliari e le loro parabole, parallele all’emergere di personaggi senza un passato ma intraprendenti e spregiudicati), ci guida nel gettare luce sulle dinamiche, anche psicologiche, che accompagnano l’affermarsi e l’evolversi del potere, di ieri e di sempre, e continua a esercitare tutto il suo fascino.
FONTE – Corriere della Sera

𝐋𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐩𝐨𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐬𝐮𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨.


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