gennaio 16, 2026

CULTURA - LETTERATURA GRECA

 

Di Luciano Canfora - Filologo classico, grecista, storico e saggista italiano.
Al personaggio di Tucidide si attribuiscono, e con giusta ragione, diversi primati. Non si conoscono con esattezza le date di nascita e morte. Essendo stato capo militare nel ‘Collegio dei dieci strateghi’, nell’anno 424 a.C. doveva avere all’incirca trent’anni, per cui possiamo far risalire la sua nascita intorno all’anno 460 a.C. È morto ben dopo la fine della guerra tra Sparta e Atene: un’epigrafe studiata di recente dimostra che era vivo almeno nel 397 a.C., quindi diversi anni dopo la caduta di Atene.
La sua vita è messa in relazione con la guerra tra Sparta e Atene - durata 27 anni, dal 431 al 404 a.C.- perché l’opera alla quale si è dedicato per tutta la vita racconta esattamente quel conflitto. A noi sono giunti otto libri - una divisione nata tuttavia solo in epoca alessandrina. Il racconto non arriva alla fine del conflitto ma ne racconta la gran parte: in alcune pagine dimostra di sapere come è andata a finire e suggerisce le cause della sconfitta e della distruzione dell’Impero ateniese.
La rilfessione storiografica e le cause delle guerre. Tutta la riflessione storiografica sulle cause dello scoppio di una guerra, sull’impossibilità di additare un solo responsabile, nasce dalla consapevolezza della grandezza e dell’unicità dell’Impero ateniese.
Chi era Tucidide? Aveva origini trace, un mondo marginale rispetto ad Atene. Il padre – che certamente aveva ed ha trasmesso al figlio la cittadinanza ateniese – sarebbe stato proprietario o forse gestore delle miniere d’oro della Tracia su cui si estendeva l’egemonia politica di Atene. Semplificando, era l’uomo che forniva oro alla città. Fa parte dell’élite più elevata della piramide sociale nella misura in cui il fondamento della forza economica della città è il suo tesoro.
Un Impero nato alla fine della Seconda guerra persiana e finito con la sconfitta del 404 a.C. Un Impero che nasce come realtà paritetica tra alleati ma in cui ben presto si impone l’egemonia della città dominante su quelle subalterne che pagano tributi o forniscono navi.
Questo apparato politico-economico si fonda sull’alleanza dei ceti dominanti delle città. Ad Atene domina la parte popolare dei liberi, il «demo» (da qui ‘democrazia’ come sistema politico), e l’analogo domina nelle città alleate. Spesso si tratta di minoranze numeriche. Le città alleate tentano di ribellarsi, liquidano il governo democratico, si alleano con Sparta: ma Atene interviene con la sua temibile flotta e dopo un guerra – talvolta dura come quella con l’isola di Samo – piega la resistenza e riporta l’alleato dentro l’Impero.
Le forme di governo.
Tucidide ha riflettuto su tutto questo ponendosi il problema principe: qual è la migliore forma di governo? Ha analizzato in maniera critica il meccanismo democratico: ha apprezzato Pericle, del quale ha ascoltato le parole, perché ha saputo trasformare la democrazia in un regime monarchico in cui il leader più capace guida il sistema. Secondo Tucidide si tratta di una democrazia solo a parole, di fatto una monarchia: lui dice «il governo di un uomo».
Nel corso della sua vita, Tucidide ha fatto esperienza anche di un’altra modalità della politica ateniese, l’oligarchia. Nell’anno 411 a.C. gli oligarchi che detestano e tentano di colpire la democrazia – sperando nell’aiuto spartano – prendono il potere ad Atene. È un disastro: governano per quattro mesi e scoppia una guerra civile, o quasi, al termine della quale si determina un regime misto.
Tucidide fa un elogio di questa forma di governo, in parte democratico e in parte oligarchico, fondata su una limitazione della cittadinanza. Non più tutti i maschi liberi in età militare sono considerati cittadini: sarebbero teoricamente 30mila, ma soltanto 5 mila benestanti. Questo, per lui, sarebbe il regime ottimo e lo dice esplicitamente in un passo dell’ottavo libro. Salvo rendersi conto che si tratta di un equilibrio instabile, che determina la liquidazione dell’Impero. Così, in un capitolo memorabile del secondo libro (scritto però molto dopo) sulla figura di Pericle ripiega sulla «democrazia guidata» da un leader molto forte che tuteli l’Impero e spieghi al demo che la guerra, sebbene dolorosa, va affrontata e subita perché non si può uscire dall’Impero a volontà.
«Noi sappiamo – fa dire a Pericle – che l’Impero è tirannide, ma non si esce dall’Impero impunemente». Ma l’Impero alla fine crolla.
La riflessione tucididea sulla tragedia di una necessità imperiale che va al disastro è racchiusa nella pagina più famosa della sua opera, ossia il dialogo tra i Meli e gli Ateniesi. Gli Ateniesi sostengono le ragioni della forza, i Meli quella del diritto. Tucidide non prende posizione, ma fa parlare entrambi.

FONTE - Corriere della Sera

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